15 Nov Verbalia | Hyperobjects
Il termine hyperobject, coniato dal filosofo Timothy Morton, unisce il prefisso greco hyper- (oltre, al di là) e object (oggetto). Si tratta di un fenomeno che eccede la nostra capacità di percepirlo e circoscriverlo. Un hyperobject non si esaurisce mai nello sguardo che vi posiamo sopra. Resta sempre troppo vasto, troppo diffuso, troppo intrecciato con altri sistemi per poter essere compreso in modo totale. L’Intelligenza Artificiale, per esempio, è un hyperobject quotidiano. È onnipresente, opaco, capace di influenzare la realtà senza poterla contenere.
Collaboro con la Pubblica Amministrazione da più di vent’anni e, nel tempo, ho imparato a riconoscere la burocrazia per ciò che è: un groviglio di modulistica e protocolli, sì, ma soprattutto un ecosistema culturale che plasma i comportamenti. È fatta di gerarchie; di norme che – ahimè – spesso si contraddicono; di procedure che si stratificano fino a generare cortocircuiti. Non riesci mai davvero a dominarla. Puoi solo navigarla, interpretarla, tradurla. Ed è proprio in questo esercizio quotidiano che ho imparato a leggerne la natura di hyperobject.
Fare esperienza della burocrazia mi ha permesso di leggere ciò che sta accadendo altrove e intorno a me. Io e voi, stiamo convivendo con sistemi più grandi di noi, che ci inglobano e che dobbiamo imparare a decifrare.
Post-digitale
La burocrazia è, dunque, un hyperobject presente ovunque. La conosciamo – obtorto collo – tutti; è a suo modo arcaica e incarnata nella nostra più attuale quotidianità. Tuttavia, c’è un’ulteriore dimensione pervasiva che ci avvolge, confermando con forza la natura dell’hyperobject. È il digitale, che non è più un semplice strumento, ma l’ambiente stesso in cui ci muoviamo. E proprio come la burocrazia, anche il digitale porta con sé promesse di semplificazione che possono – paradossalmente -trasformarsi in vincoli. I sistemi digitali di governance dovrebbero, infatti, agevolare processi e decisioni. Accade, però, che riescano talvolta a limitarne la fluidità, a causa delle proprie imperfezioni strutturali: un algoritmo che non contempla l’eccezione, una piattaforma che detta tempi e modalità, un flusso procedurale rigido che non si adatta alle esigenze reali.
In pratica, ogni mattina, il professionista post-digitale si alza, e sa che non può permettersi illusioni. Sa che la vera competenza sta nel navigare le falle del sistema, nel tradurre l’imperfetto in possibilità concrete e risolutive. In questo senso, il digitale è affine alla burocrazia. Entrambi sono, infatti, hyperobjects che impongono cornici, ma entrambi rivelano spazi di manovra a chi sa leggerli e navigarli.
Dentro l’hyperobject
Però, c’è un fenomeno ancora più pervasivo della burocrazia e del digitale, che sta ridisegnando gli scenari contemporanei: l’intelligenza artificiale. Se in passato si parlava di solo di software, o di singole tecnologie, ora parliamo di una rete diffusa, in evoluzione continua, che modifica il modo in cui produciamo sapere, prendiamo decisioni e – persino – ripensiamo e immaginiamo noi stessi. Siamo quotidianamente chiamati a tradurre l’enormità dell’IA in scelte concrete: decidere quando fidarci di un algoritmo, come affiancarlo con il giudizio umano, quali conseguenze etiche accettare o respingere.
L’IA si comporta proprio come un hyperobject: non possiamo dominarla né contenerla del tutto, ma possiamo imparare a leggerne le tracce, a interpretarne i limiti e a usarla come specchio delle nostre stesse contraddizioni. Emerge una necessità tutta attuale, dunque, quella di avere una nuova figura, qualcuno che sappia orientare, tradurre, costruire senso.
Mediatore di complessità
È il compito del mediatore di complessità, che emerge proprio dalla convivenza con gli hyperobjects che ci sovrastano. Il suo ruolo, più che semplificare, è rendere abitabile l’enorme, competenza complessa che si può esprimere attraverso alcune azioni:
- leggere i frammenti senza illudersi di possedere la visione totale
- tradurre l’ipercomplessità in azioni concrete
- usare valori e principi come bussola
- costruire ponti tra discipline, persone e sistemi
Il mediatore, quindi, non riduce il problema, bensì, lo mappa provvisoriamente, accettando che ogni mappa sarà sempre parziale, ma necessaria. È un cartografo dell’incertezza, che permette ai professionisti di muoversi senza rimanere bloccati. Bruno Latour, filosofo e sociologo francese, distingue tra mediatori e intermediari: i primi sono attori che trasformano e influenzano le azioni degli altri, mentre i secondi restano figure passive. Questa distinzione sottolinea che il mediatore di complessità non è un semplice trasmettitore di informazioni, ma un attore attivo, capace di leggere, tradurre e orientare le dinamiche complesse che attraversano sistemi, persone e tecnologie.
Professionismo 5.0
Ecco, allora, il salto: il professionismo 5.0 si nutre proprio dalla capacità di navigare gli hyperobjects. Non potendo avere il controllo totale – impossibile di fronte a fenomeni di questa portata – il professionista 5.0 sa mediare tra l’enorme e il concreto, trasformando l’incertezza in opportunità. In questo senso, il professionista 5.0 diventa un filosofo pratico: sa abitare l’incertezza, interpretare segnali deboli, tradurre l’ipercomplessità in azioni concrete e costruire senso senza illudersi di possedere una visione totale. Il mediatore di complessità, come Latour suggerisce, rende abitabile la realtà, trasformando l’enorme in opportunità di innovazione, azione e valore.
Abitare l’enorme
Il lavoro del futuro – che, in realtà, è già presente – è un ecosistema sospeso, dove ogni scelta richiede orientamento e consapevolezza. Chi riesce a leggere segnali deboli, a tradurre complessità in azioni e a usare i propri valori come strumenti di interpretazione, diventa capace di generare senso e valore autentico.
In conclusione, il professionismo 5.0 non è tecnologia e non è protocollo. È la capacità di abitare l’enorme, di rendere fertile l’ipercomplessità per agire, creare e innovare.