30 Apr Dal flow al flourishing
Il termine flourishing trova le sue radici nell’antica idea greca di eudaimonia, termine spesso tradotto come felicità. In Aristotele, però, eudaimonia assume un significato più articolato: una forma di vita che si esprime nell’azione e nella realizzazione delle proprie potenzialità. Si tratta di un movimento continuo, di una tensione verso ciò che si può diventare. L’eudaimonia ha a che vedere con il vivere bene, è un percorso fatto di scelte, impegno e orientamento. Il flourishing prende forma come processo: qualcosa che si coltiva nel tempo, attraverso l’espansione delle proprie possibilità. Oltre lo stare bene, emerge è l’esigenza di vivere in modo pieno, dando direzione e visione alla propria esistenza.
Quando il momento non è abbastanza
C’è un momento – che probabilmente conosci bene – in cui tutto scorre. Stai lavorando a qualcosa che ti sfida e perdi il senso del tempo, perché la tua attenzione è completamente assorbita da ciò che stai facendo. Mihaly Csikszentmihalyi ha dato un nome a questa esperienza: flow. È uno stato di immersione totale in cui le abilità incontrano la sfida giusta, e la coscienza del sé si dissolve nell’azione.
Il flow è reale, potente e desiderabile, ma è anche temporaneo. Finisce quando il compito è terminato. Ma che cosa succede quando il momento finisce? Che cosa rimane?
Dal picco alla pienezza
Se il flow descrive un’esperienza, il flourishing descrive una vita. Per James Pawelski, docente presso il Centro di Psicologia Positiva dell’Università della Pennsylvania, il flourishing è, più che altro, un impegno attivo: quello di costruire una vita che abbia senso e che lasci spazio alla realizzazione di sé. Sentirsi bene non basta, bisogna muoversi verso qualcosa.
In questa prospettiva, prosperare significa agire su più livelli contemporaneamente: coltivare la propria felicità, sviluppare le proprie capacità, nutrire le relazioni e orientarsi verso ciò che conta davvero. È un processo dinamico, non una destinazione.
Pawelski aggiunge un elemento innovativo: il ruolo della cultura e delle cosiddette positive humanities. Significato, virtù, etica e bellezza diventano gli strumenti per comprendere che cosa significa vivere bene, sia come individui che come comunità.
Un modello per orientarsi
Nel 2011, Martin Seligman, padre della psicologia positiva, ha proposto il modello PERMA – nel suo libro Flourish: A Visionary New Understanding of Happiness and Well-being – come mappa del benessere umano. Cinque dimensioni che, insieme, compongono ciò che significa prosperare davvero:
- Positive Emotions | non solo piacere, ma un repertorio che include gratitudine, speranza e meraviglia
- Engagement | il coinvolgimento profondo nelle attività, quello stato che ricorda molto il flow stesso
- Relationships | le connessioni significative con gli altri, senza le quali nessuna forma di benessere regge nel tempo
- Meaning and Purpose | il senso di appartenere a qualcosa di più grande di sé
- Accomplishment | la soddisfazione del raggiungimento, sia del successo esterno, sia della crescita personale.
Secondo Seligman, quando riusciamo a toccare tutte le dimensioni, possiamo dire di aver raggiunto un benessere totale e sostenibile.
No psicologia da bar
Esiste un pregiudizio diffuso, che parlare di benessere sia un lusso, una questione da affrontare in momenti di calma, qualcosa di lontano dalle cose della vita. La ricerca, però, dice il contrario.
Seligman e colleghi hanno condotto studi clinici randomizzati dimostrando che interventi basati sulla psicologia positiva riducono significativamente sintomi depressivi, con effetti paragonabili a quelli della terapia tradizionale. Questo è possibile, non perché i pazienti ignorano la sofferenza, ma perché amplificano le risorse per affrontarla. Il flourishing non pretende, infatti, l’assenza di difficoltà, ma implica la capacità di attraversarle senza spegnersi.
Il flourishing è, quindi, lo stato in cui i problemi non ti definiscono più.
Prosperare al lavoro
Nelle organizzazioni, il tema del benessere è centrale, per ragioni molto concrete. Le persone che prosperano sono più creative, più resilienti e più capaci di collaborare.
Kim Cameron, dell’Università del Michigan, ha studiato per anni le organizzazioni positivamente devianti, cioè quelle che performano oltre la media. Il risultato è che, al loro interno, non risultano essere le più competitive, ma le più vitali: ambienti in cui le persone si sentono viste, sfidano le proprie capacità e contribuiscono a qualcosa che ha un senso definito. Il flourishing organizzativo è una condizione strutturale che determina come le persone pensano, decidono e si relazionano.
Un’etica del possibile
Il flourishing porta con sé uno sviluppo dinamico, quindi, e presuppone che ogni persona abbia delle possibilità ancora inespresse, e che vivere bene significhi avvicinarsi a esse.
In questo senso, il flourishing è un concetto profondamente ottimista, ma non ingenuo. Ripensa gli ostacoli come parte del percorso. Significa che la difficoltà, una volta attraversata, lascia qualcosa di significativo e duraturo.
Martha Nussbaum, con il suo approccio alle capabilities, aggiunge, inoltre, una dimensione importante: si può parlare di flourishing individuale solo se le condizioni esterne sono tali da permettere effettivamente alle persone di sviluppare le proprie capacità. Il fiorire è, infatti, personale, ma anche anche strutturale, sociale e collettivo.
Una domanda per chiudere… e aprire
Il flow ti chiede: sei presente?
Il flourishing ti chiede qualcosa di più scomodo: stai davvero vivendo nella direzione di chi potresti diventare o ti stai semplicemente adattando a chi sei già?