Verbalia | Song (松)

Verbalia | Song (松)

Se sei rigido, ti spezzi. Se sei Song, fluisci. Chi ha passato ore a cercare il proprio asse, a sentire la terra sotto i piedi e a scovare le tensioni nascoste nelle spalle o nel bacino sa che Song (松) più che un concetto da capire, è uno stato da incarnare. Nel Tai-Chi (antica arte marziale cinese), Song è la prima cosa che si impara e l’ultima che si padroneggia davvero: è il rilascio attivo che ti permette di non cedere, ma di far fluire efficacemente l’energia.

Ho praticato il Tai-Chi per molti anni, e fin dalle prime lezioni ho imparato a riconoscere una sensazione che, mio malgrado, potrei impiegare una vita intera a perfezionare. Arrivava nel momento in cui il maestro mi sfiorava la spalla irrigidita dalla fatica o dall’attenzione e mi sussurrava: Song, Alessia, Song! Mi stava chiedendo, così, di fare qualcosa di difficile e controintuitivo: trovare la massima stabilità, eliminando ogni singola tensione muscolare superflua. In altre parole, raddrizzare la colonna vertebrale, aprire le articolazioni e lasciar andare le spalle.

Questa postura fisica è il cuore del Tai-Chi, ma è anche una postura mentale e filosofica. Secondo me, è forse l’atteggiamento più rivoluzionario con cui possiamo decidere di ripartire a settembre, quando il lavoro ci chiede di stringere i denti e corazzarci per il rientro.

Tra suono e simbolo

L’ideogramma 松 (Sōng) unisce due elementi: 木 (mù), albero, che porta il significato, e 公 (gōng), che tecnicamente fornisce solo il suono. Una diffusa lettura simbolica, poi entrata nella tradizione, fa un richiamo diretto ai significati di nobiltà o giustizia. Quello che conta in questa sede, però – ed è storicamente solido – è il posto che il pino occupa nell’immaginario cinese. Il pino è uno dei Tre Amici dell’Inverno, insieme al bambù e al prugno. Il pino è simbolo di resilienza e integrità, perché non perde le foglie e resiste alle tempeste, grazie alla flessibilità del suo legno, capace di piegarsi sotto il peso della neve e tornare esattamente alla posizione di partenza.

Song è, quindi, la stabilità del pino: radici profonde e asse solido, e fronde capaci di oscillare con il vento senza opporre una resistenza distruttiva.

Mani come nuvole

Nel nostro vocabolario occidentale, traduciamo quasi sempre Song con rilassamento, ma questa traduzione è fuorviante. Nella nostra cultura, infatti, il rilassamento è passivo. Generalmente, significa sdraiarsi sul divano, disattivare la mente, mollare tutto. In cinese, lo stato di collasso si chiama Ta. Se affrontiamo il rientro a settembre in modalità Ta, veniamo travolti alla prima scadenza!

Song è la terza via tra la contrazione e il collasso. È un de-tendersi attivo. È l’atto intenzionale di rimuovere la tensione non necessaria a sostenere la struttura.

Nel lavoro, essere Song significa mantenere la schiena dritta (la nostra etica, i nostri obiettivi professionali, le nostre competenze) ma le spalle morbide (la capacità di adattamento e di gestione dell’ansia, e la fluidità relazionale). È una forma pura di efficienza: raggiungere il massimo rendimento con il giusto dispendio energetico.

Abbracciare la tigre

Filosoficamente, Song è la traduzione sul piano del corpo e della mente del Wu Wei, l’agire senza sforzo del Taoismo. Nel Tao Tê Ching, Lao Tzu ricorda che l’essere umano nasce morbido e flessibile e muore rigido. La rigidità è compagna della morte; la morbidezza è compagna della vita.

Song è, quindi, un’opera di ascesi sottrattiva:

  • togliere le armature mentali che costruiamo per difenderci dagli altri
  • togliere l’illusione di poter controllare ogni variabile
  • togliere il giudizio preventivo che irrigidisce le nostre relazioni

Liberando lo spazio interno dalle tensioni superflue, infatti, permettiamo alle nostre risorse intellettuali e creative di scorrere di nuovo liberamente.

Tornare alla montagna

Il sociologo Byung-Chul Han, nel saggio La società della stanchezza, definisce società della prestazione (Leistungsgesellschaft) il sistema che ci spinge all’auto-sfruttamento e all’iper-attivismo. Essere sempre impegnatissimi e di fretta è considerato una sorta di distintivo d’onore. Ma questa tensione costante ci consuma e ci aliena. Seguendo il sociologo Hartmut Rosa, quando corriamo troppo veloci, il mondo diventa muto per noi: perdiamo la capacità di entrare in risonanza con ciò che facciamo e con le persone che ci circondano.

Praticare il Song significa ricordarci che un individuo, un professionista costantemente contratto non è più forte o più produttivo, ma solo più vicino al burnout.

Tre esercizi di discernimento

Il rischio è ridurre il concetto di Song all’ennesimo precetto di produttività travestito da saggezza orientale, a un consiglio pratico che in realtà chiede l’ennesima forma di controllo su di sé. Invece, Song non si impone, si negozia continuamente, e richiede un giudizio più fine di qualunque checklist.

Distinguere la struttura dal rumore, non eliminare il rumore

Viene spontaneo, tornando al lavoro dopo l’estate, trattare ogni pensiero intrusivo come un nemico da disattivare. Ma la pratica del Tai-Chi non pretende di azzerare la percezione delle tensioni. Chiede di sentirle e di decidere, ogni volta, se sostengono l’azione o la sabotano. È un esercizio di discriminazione continua. Alcune tensioni che sembrano rumore sono in realtà informazione: un’ansia che segnala una scadenza reale non va lasciata andare, va ascoltata e poi trasformata in struttura.

Reggere la contraddizione tra fermezza e cedevolezza, senza risolverla

Il pino sa resistere e piegarsi, fa entrambe le cose nello stesso istante. Questa simultaneità è precisamente ciò che lo distingue dalla quercia rigida e dal salice troppo molle. Nel lavoro, significa tenere insieme, nello stesso confronto, la fermezza su un principio e l’apertura reale a essere smentiti, senza che l’una diventi alibi per evitare l’altra. È un equilibrio, quindi, che va ricalibrato, caso per caso.

Accettare che lo spazio vuoto produce disagio, prima di produrre lucidità

Lasciare varchi non pianificati nell’agenda supera ampiamente il mero atto di igiene mentale. Nella cultura della prestazione, il tempo non occupato di solito genera colpa, non riposo. La direzione, quindi, è la seguente: attraversare il disagio di quello spazio senza riempirlo per reazione, resistere all’impulso di rendere produttivo anche il vuoto.

Mani come nuvole. Abbracciare la tigre, tornare alla montagna. 


FONTI

Chungliang Al Huang, Abbraccia la tigre torna alla montagna. L’essenza del Taj Ji

Hwa Jou Tsung, Il tao del Tai-chi chuan. La via del ringiovanimento

Byung-Chul Han, La società della stanchezza

 

Alessia De Carli
adecarli@incontatto.it