
30 Jul Verbalia | Psychobabble
Mare, spiaggia libera. Sono le ore 16:00. Due amiche parlottano animatamente, sotto l’ombrellone. Una è furiosa perché lui non risponde ai messaggi da giovedì. Se nel 2006 abbiamo pensato che lui avesse forse il telefono scarico o facesse un po’ il prezioso, oggi la faccenda si infittisce di diagnosi psicologiche stringenti. Chiaramente lui presenta uno stile di attaccamento evitante combinato con dinamiche di ghosting manipolatorio. Ed è subito psychobabble. Quel fenomeno per cui le parole nate per descrivere le dinamiche e le espressioni della mente umana vengono usate come etichette dei comportamenti e come contenitori simbolici. La psicologia ci offre strumenti di lettura straordinari. Il problema sorge quando usiamo il suo vocabolario in modo esteso, per sembrare più credibili o per evitare di assegnare il nome giusto ai fatti della realtà.
Identikit di una parola
La parola psychobabble (tr. psicologhese) fu coniata nel 1975 dal giornalista americano Richard Dean Rosen, nel suo saggio Psychobabble: Fast Talk and Quick Cure in the Era of Feeling. Rosen aveva capito che dare un nome a un problema non equivale a risolverlo. Oggi, lo psico-dizionario tascabile è esploso. Termini clinici o sociologici sono evasi dai trattati accademici e hanno occupato i nostri feed, i nostri uffici – e persino le nostre spiagge!
Vita psicologizzata
Ne parla la filosofa Giulia Bergamaschi nel suo libro La terapia non ci salverà. Secondo la ricercatrice, stiamo scivolando in una vita psicologizzata, dove ogni singola esperienza umana – dal bisticcio condominiale al software che si blocca – viene tradotta con la stessa lente interpretativa attinta alla dimensione psicologica e clinica.
Bergamaschi non critica la psicologia né la psicoterapia. Al contrario, parte proprio dal riconoscimento della loro importanza nel pensiero contemporaneo. La domanda che attraversa il testo è un’altra: cosa succede quando il linguaggio della psicologia diventa il principale modo in cui interpretiamo noi stessi, gli altri e il mondo?
Pshyco-pop
Negli ultimi anni, la psicoterapia è uscita dagli studi professionali ed è entrata nella nostra cultura pop. La troviamo nei social, nelle serie televisive, nelle conversazioni tra amici, nelle aziende e perfino nel modo in cui raccontiamo le nostre esperienze quotidiane. Concetti come trauma, vulnerabilità, autostima, attaccamento, resilienza o benessere sono diventati familiari a tutti. Questo non è necessariamente un male. Anzi, è anche il segno di una maggiore attenzione alla salute mentale e alla sofferenza psicologica. Il problema nasce quando queste categorie diventano una lente sempre disponibile e usata in modo esteso e arbitrario.
Interpretazioni
Tendiamo sempre più spesso a interpretare qualsiasi esperienza attraverso il linguaggio della psicologia. Un conflitto non è più soltanto un conflitto, diventa una questione di confini emotivi. Una difficoltà relazionale viene letta attraverso il trauma o l’attaccamento. Un disagio lavorativo è interpretato come mancanza di capacità di gestire le emozioni. Ma queste interpretazioni potrebbero non essere le uniche possibili.
Dimensioni
Un problema sul lavoro può certamente avere una dimensione psicologica. Ma può dipendere anche dall’organizzazione, dai processi, dalla leadership, dai carichi di lavoro o dalle condizioni materiali in cui le persone operano. Allo stesso modo, una sofferenza personale può richiedere un supporto terapeutico, ma può avere a che fare anche con la solitudine, l’assenza di legami, la fragilità delle reti sociali o le difficoltà economiche.
Rischi
Se Rosen si interrogava sull’uso inflazionato delle parole psicologiche, Bergamaschi si interroga sul rischio che quelle parole diventino il nostro modo quasi esclusivo di attribuire significato alle esperienze. La psicologia è uno strumento prezioso, ma non esaurisce tutta la complessità della vita umana. Possiamo usare il linguaggio psicologico con consapevolezza, senza farne un vocabolario universale capace di spiegare ogni comportamento, ogni difficoltà o ogni relazione. E questa riflessione riguarda la nostra vita privata, ma anche il lavoro, dove sempre più spesso termini psicologici e organizzativi si intrecciano nel tentativo di dare senso a ciò che accade nelle organizzazioni.
Less (psycho) is more
Se lunedì, quindi, siete in riunione aziendale e registrate una criticità di ownership legata a una resistenza al cambiamento che impatta sull’engagement del team; se Luca non parla durante i brainstorming e chiaramente soffre di un deficit di allineamento al purpose aziendale, significa che psychobabble è arrivato anche tra voi!
La realtà dei fatti? Luca potrebbe essere semplicemente una persona introversa che preferisce riflettere prima di lanciare idee a caso, oppure ha passato la notte in bianco con il figlio neonato. Less (psycho) is more.
Recuperare una pluralità di sguardi sull’esperienza umana può passare anche dalla vicinanza. Bergamaschi si chiede se, in una società sempre più orientata a cercare risposte terapeutiche, non stiamo talvolta trascurando altre forme di sostegno: l’amicizia, la comunità, la solidarietà, la presenza reciproca, le pratiche di vicinanza oltre la vita psicologizzata.
Manuale di sopravvivenza
Per evitare che le parole diventino etichette vuote che bloccano l’azione e riducano lo spazio interpretativo, serve un filtro di traduzione. Quando sentiamo o usiamo uno di questi termini, proviamo ad applicare questa conversione pratica per sgonfiare la bolla:
Manca l’engagement…
- Cosa sembra significare: il team è svogliato e demotivato
- La domanda utile: quante persone hanno ricevuto feedback chiari e obiettivi precisi, questa settimana?
È un narcisista!
- Cosa sembra significare: non è d’accordo con me o si comporta in modo egoista e autoreferenziale
- La domanda utile: si sta comportando in modo scorretto o sta solo difendendo ad oltranza la sua posizione?
Questione di Mindset.
- Cosa sembra significare: ha un problema non meglio descritto legato all’atteggiamento mentale
- La domanda utile: gli abbiamo fornito gli strumenti pratici e le risorse per fare questo lavoro?
La regola d’oro
La psicologia e il lessico organizzativo sono utili quando indicano una direzione concreta. La differenza tra una conversazione efficace e lo psychobabble sta tutta in una domanda di controllo: come si traduce questa parola/concetto in un comportamento osservabile?
Se parliamo
- di benessere: quali azioni concrete facciamo per garantirlo?
- di leadership: quali decisioni reali la dimostrano?
- di attaccamento: stiamo parlando di psicologia scientifica? O stiamo solo cercando una scusa elegante per non mandare quel messaggio di chiarimento?
Sgonfiare le parole non riduce la complessità delle relazioni. Al contrario, ci restituisce la curiosità di capire davvero chi abbiamo di fronte e che cosa ci sta comunicando.
Sia sotto l’ombrellone, sia davanti a una lavagna aziendale.
Fonti
La terapia non ci salverà. Nuove pratiche di vicinanza oltre la vita psicologizzata
Rosen, R. D. (1977), Psychobabble: Fast talk and quick cure in the era of feeling
