Verbalia | Eresia

Verbalia | Eresia

Disponiamo di molti termini per descrivere il cambiamento: innovazione, disruption, creatività, trasformazione. Eppure, nessuno di questi contiene la stessa tensione tra appartenenza e divergenza custodita dalla parola eresia. Ecco perché abbiamo ancora bisogno di questa parola, perché ci ricorda che il futuro deriva da ciò che è nuovo, ma anche dalla capacità di scegliere criticamente all’interno di ciò che già esiste.

Eresìa /ereˈzi.a/ s. f. [dal greco αἵρεσις, derivato di αἱρέω «scegliere, prendere per sé»]. – In origine, l’atto della scelta, la decisione di selezionare un’opzione o un’interpretazione all’interno di un sistema di pensiero preesistente. Nel vocabolario dello sviluppo, è la postura di chi non demolisce l’architettura esistente, ma ne riorganizza i codici dall’interno per generare nuove possibilità.

Il grande equivoco

Il grande equivoco nel racconto dell’innovazione contemporanea è che per cambiare le cose occorra rompere gli schemi, distruggere il passato, rottamare chi ha esperienza o chiamarsi deliberatamente fuori dal sistema. La storia del pensiero e dell’evoluzione organizzativa mostra, però, che i ribelli marginali talvolta possono generare atti di mero folklore, e che la trasformazione avviene quando si attiva, all’interno di un sistema e di una organizzazione, un pensiero eretico.

Semplificando, potremmo dire che, rispetto a un sistema fortemente codificato e cristallizzato, il rivoluzionario attacca la fortezza dall’esterno, mentre l’eretico vive dentro la fortezza. Conosce le regole ufficiali, domina la sintassi del sistema, ne comprende i vincoli ed è proprio per questo che può far compiere al presente un salto d’ordine. Se il conservatore custodisce il codice, quindi, l’eretico lo riscrive dall’interno.

Il punto di tensione

Il punto di tensione che oggi attraversa le organizzazioni è il confronto tra generazioni, spesso e impropriamente ridotto a un problema relativo alla mancanza di un codice comunicativo condiviso. Lo stesso punto, però, può essere affrontato – ad avviso di chi scrive – sotto il profilo della scelta di postura etica (ed eretica). Non esistono generazioni naturalmente innovative e generazioni inevitabilmente conservatrici. In ogni epoca, convivono posture differenti, C’è chi difende il canone come un dogma, chi lo rifiuta senza comprenderlo e chi sceglie di trasformarlo dall’interno. La differenza è culturale, quindi, non anagrafica. Non dipende dall’età delle persone, ma dal rapporto che esse instaurano con il sapere, con l’esperienza e con la possibilità di immaginare alternative. Se partiamo da questo assunto, l’eresia può rappresentare il terreno comune sul quale esperienza e innovazione possono incontrarsi senza negarsi reciprocamente.

Il dissenso competente

Prima che la teologia la trasformasse in una colpa da punire, la parola greca haíresis indicava un atto nobile: la scelta. L’eretico era colui che, di fronte a un corpus di regole o a una traduzione codificata della realtà, non accettava il pacchetto completo a scatola chiusa, ma decideva di selezionare, ricombinare e deviare.

Nelle organizzazioni accade spesso che le innovazioni più durature provengano da chi conosce a fondo i processi e i linguaggi. È proprio questa conoscenza che consente di individuare spazi di trasformazione invisibili a chi osserva soltanto dall’esterno. In ambito epistemologico, l’eresia possiede, infatti, tre caratteristiche fondamentali:

  1. Presuppone la maestria dei canoni | non si può essere eretici verso qualcosa che non si conosce. L’eresia richiede lo studio profondo delle regole esistenti
  2. Abita il centro | l’eretico lavora all’interno del codice dominante. Usa lo stesso vocabolario dell’organizzazione, ma ne rielabora, deviandolo, il significato
  3. Genera evoluzione sistemica | senza l’eresia, ogni norma rigida implode e rifiuta la realtà. L’eretico è l’organo con cui il sistema stesso impara a respirare e a trasformarsi

Ogni sistema che non sviluppa al proprio interno una funzione eretica tende, prima o poi, al soffocamento. L’assenza di dissenso competente produce adattamenti sempre più difficili e rende impossibile leggere i segnali di cambiamento provenienti dall’ambiente.

L’evoluzione strutturale

Deviare significa, allora, assumere la capacità di prendere la sintassi concettuale del proprio tempo e del proprio contesto e forzarla dall’interno, fino a schiudere l’idea di poter abbattere un limite, ma non prima di averne tracciato con precisione chirurgica i confini.

Resistere all’omologazione è possibile, assumendo una posizione lucida verso le mutazioni antropologiche. L’eresia richiede presenza e responsabilità personale, e respinge il rifugio nell’anonimato o nel disimpegno. L’eretico autentico si espone personalmente alle conseguenze delle proprie scelte, sapendo che ogni deviazione produce effetti, ed è disponibile a sostenerne il peso.

Le trappole

In un contesto organizzativo due trappole sterili rischiano di paralizzare un presente dinamico.

La prima trappola è quella della norma immutabile. I custodi del canone hanno esperienza, ma rischiano di trasformare l’accumulo di competenze storiche in una regola intoccabile. Usano la storia come uno scudo per difendere la propria posizione, anziché come un’infrastruttura per costruire il nuovo.

La seconda è la trappola dell’iconoclastia. Di fronte alla complessità o alla fatica di apprendere i fondamenti storici di una disciplina, alcuni scelgono di ignorarla. Si rifugiano nel trend del momento o nell’uso acritico di risposte automatizzate, scambiando la superficialità per una forma di irriverenza innovativa.

Assumere una postura eretica, allora, significa agire sulla base della propria esperienza. In altre parole, riconoscere e rispettare la struttura già costruita, ma scegliere di usare gli stessi elementi disponibili, per disegnare una forma che nessuno aveva ancora previsto.

L’ipoteca ecologica

La deriva, da non confondere mai con la postura eretica, può essere una forma di dissenso non elaborato, che si manifesta attraverso risposte impulsive anziché attraverso una scelta consapevole e argomentata. Nelle dinamiche di team, condotte che vengono mascherate da autonomia o difesa del proprio benessere, nei fatti possono rivelare una superficiale consapevolezza sistemica. Le uscite di scena non comunicate, il ritirarsi improvvisamente dai progetti senza un passaggio di consegne o il silenzio passivo-aggressivo. Analizzate sul piano dell’architettura organizzativa – senza moralismi o giudizi di valore – queste condotte rivelano un’illusione irrealistica: l’idea che un individuo possa agire all’interno di un gruppo come se le sue decisioni non producessero onde d’urto sul resto della struttura.

Il dissenso trasparente

L’eretico autentico possiede, invece, una consapevolezza sistemica. Sa che la propria presenza e la propria uscita hanno un impatto diretto sull’ecosistema. Per questo motivo, anche quando decide di divergere o di uscire da un progetto, lo fa a viso aperto, presidiando il canale di comunicazione. Dichiarare la propria posizione, argomentare il dissenso e gestire con eleganza la transizione permette di mostrare la maturità di chi riconosce il valore dell’architettura in cui opera.

A livello individuale, quindi, l’eresia richiede pazienza. Nessun ribaltamento di assetto – di carriera, di visione o di vita – avviene attraverso un atto emotivo estemporaneo.

La stratificazione invisibile

La trasformazione è un’opera di accumulo. Implica lavorare all’interno del modello esistente con un rigore tale da risultare inattaccabili, mentre dietro le quinte si costruisce la struttura alternativa (competenze, opzioni, autonomia di pensiero).

La gestazione

L’attesa eretica è una forma di gestazione. Un ribaltamento eseguito troppo presto fallisce per mancanza di risorse; eseguito troppo tardi si trasforma in rinuncia. Sviluppare la competenza ad attendere significa stare nella tensione del presente finché la nuova architettura non è abbastanza solida da sostenere il peso del cambiamento.

Nel vocabolario del Futuro

Perché l’eresia genera futuro? Perché smette di misurare il valore delle idee sulla base dell’obbedienza alle vecchie regole o sull’adesione acritica alle mode del presente. Diventare eretici significa studiare la struttura, comprenderne i codici profondi, avere la pazienza di costruire nel tempo. E poi esercitare con trasparenza il diritto di scegliere. I sistemi collassano quando ascoltano soltanto se stessi. La loro evoluzione dipende dall’equilibrio tra memoria e deviazione, tra continuità e scelta.

L’eresia è ancora appartenenza, ma nella sua forma più evoluta.

 

Alessia De Carli
adecarli@incontatto.it