Sensebreaking | La libertà (e il coraggio) di rompere gli schemi

Sensebreaking | La libertà (e il coraggio) di rompere gli schemi

Da quando l’essere umano ha iniziato a rivendicare la libertà di rompere i propri schemi di senso? Da quando mettere in discussione una conoscenza è stato interpretato come un atto generativo, e non come una minaccia? Quando l’incrinatura di una certezza è entrata stabilmente nel lessico della crescita? Non possiamo stabilire esattamente quando l’espressione si è sempre fatto così ha perso la sua neutralità, caricandosi di una sfumatura negativa e proiettando un’ombra su comportamenti consolidati. Eppure quel passaggio c’è stato. Ciò che per lungo tempo ha rappresentato continuità, stabilità, esperienza sedimentata, ha progressivamente assunto un’aura di sospetto. Come se la ripetizione fosse di per sé un limite e non, talvolta, la prova che qualcosa funziona e protegge.

Non sappiamo quando. Ma è successo.

Continuare a proporre schemi di senso basati su conoscenze e comportamenti del passato non è più sufficiente in contesti ad alta variabilità. Rivedere i propri schemi di senso è diventato, infatti, un passaggio essenziale in ogni percorso di crescita, personale o professionale. Aggiungo che rompere le proprie certezze è una liberazione tanto bella, quanto spaventosa. Perché lascia spazio. E quando c’è spazio, c’è la possibilità di apprendere, di crescere, di accedere al nuovo. Ma il nuovo, lo sappiamo, ci spaventa un po’.

Il nostro cervello è programmato per cercare stabilità

Il nuovo ci fa paura, banalmente, perché non lo conosciamo. Non sappiamo dove il cambiamento può condurci, quali ostacoli potremmo incontrare e se, arrivati a questo nuovo, possa piacerci o meno. Affrontare ciò che non conosciamo richiede un grande dispendio di energia mentale e genera attivazione, ansia. Per questo, la paura del cambiamento diventa una naturale strategia di protezione contro potenziali rischi. Spesso si traduce nel timore di perdere qualcosa: il controllo, la sicurezza o persino una versione di noi stessi che appartiene al passato.
Il paradosso? Proprio ciò che temiamo di perdere potrebbe essere ciò che ci impedisce di crescere.

In questa prospettiva, la paura non è sinonimo di fragilità, ma un indicatore che stiamo per affrontare qualcosa di importante. Il cambiamento non ci chiede, quindi, di non avere paura: ci chiede di trovare il coraggio per compiere il primo passo.

Ma c’è uno spoiler

Accanto alla spiegazione biologica, esiste anche una dimensione culturale che orienta il nostro rapporto con il cambiamento. Viviamo immersi in narrazioni che esaltano il comfort come traguardo di vita. Il successo è raccontato come un punto d’arrivo, raggiunto il quale tutto sembrerà più semplice. I social amplificano questa illusione, mostrando solo i momenti memorabili e non il percorso faticoso che li ha resi possibili.

Ma c’è uno spoiler. Anche il comfort non resta statico. O si espande attraverso nuove sfide o si rimpicciolisce, evitandole. Le conoscenze invecchiano, le abilità si indeboliscono e ciò che prima sembrava sicuro ora ci sta stretto.

Il primo passo verso il cambiamento

Il primo passo verso il cambiamento è emotivo: riconoscere il disagio, accogliere la paura associata e attraversarla, invece di evitarla. È proprio questo attraversamento che favorisce processi di neuroplasticità, alimentando una forma di antifragilità. Traendo, cioè, vantaggio dall’esposizione alla difficoltà ed evolvendo, grazie allo stress adattivo. In questa fase, cervello e corpo si mettono al lavoro per rispondere alle nuove richieste. L’adattamento avviene quando le competenze abituali non bastano più. E nello scarto tra ciò che sappiamo fare e ciò che la situazione richiede, si genera crescita.

Cosa possiamo fare, quindi, per superare l’incertezza e il disagio? Essere curiosi. La curiosità è l’allenamento che ci espone gradualmente al nuovo; la necessità, invece, è spesso l’innesco che ci costringe a muoverci.

Un fantastico circolo virtuoso

L’esposizione continua alle novità e alle piccole sfide produce un fantastico circolo virtuoso di crescita. Ogni volta che stai nel disagio, il cervello ricalibra la percezione delle minacce, la fiducia si alimenta, le competenze si ampliano. L’immagine di noi stessi evolve, quindi, verso quella di persone capaci di affrontare sfide complesse.

Come possiamo nutrire la nostra curiosità?

Come nasce la fame di qualcosa di nuovo? Qual è la spinta che, anche con un po’ di paura, ci porta a dire: oggi prendo una strada che non conosco per tornare a casa? Avendone bisogno. È la necessità di raggiungere un nuovo obiettivo, di compiere un’azione a noi estranea, di percorrere una strada mai percorsa. 

Ma perché dovremmo farlo?

Perché lo scenario nel quale viviamo ci costringe a rispondere a richieste a noi completamente sconosciute finora. Ci spinge a compiere azioni che non abbiamo mai compiuto. Ci propone strade complesse che non abbiamo mai percorso. E chi non proverà a evolversi, chi sceglierà di rimanere nella staticità e nel comfort, probabilmente, resterà indietro. 

Il potere di ripensarci

Nel libro Think Again: The Power of Knowing What You Don’t Know, Adam Grant ricorda che saper cambiare idea è una delle competenze più preziose nella vita personale e professionale. Il vero segno di intelligenza non è avere sempre ragione, ma essere disposti a ripensare e aggiornare le proprie convinzioni. In una realtà che cambia rapidamente, la flessibilità mentale è più preziosa della conoscenza cristallizzata. 

Sensebreaking. Rompere è più importante che costruire

È in questo contesto di necessità, di adattamento, di cambiamento, di evoluzione continua che rompere diventa più importante che costruire. Perché in ogni trasformazione significativa, arriva un momento in cui i vecchi significati non tengono più. Ed è lì che inizia il sensebreaking: il processo attraverso il quale mettiamo in discussione e decostruiamo significati consolidati che guidano il nostro modo di interpretare il mondo. 

In ambito organizzativo e personale, questo passaggio è cruciale per affrontare il cambiamento. Non possiamo costruire nuovi schemi di senso senza prima rompere quelli vecchi. 

Il primo passo è rompere, lasciare spazio

La generazione di nuovi significati è possibile, dunque, solo dopo una fase di rottura delle narrazioni dominanti. Dubitare di ciò che sappiamo, cercare nuove evidenze e aggiornare le nostre opinioni. Rompere vecchi schemi per aprirsi a nuove possibilità. Forse è proprio qui che si compie quel passaggio da cui siamo partiti: il momento in cui rompere smette di essere distruttivo e diventa generativo.

E proprio da questa nuova prospettiva, mi chiedo: basterà la curiosità – o sarà la necessità – a darci il coraggio di rompere gli schemi di senso a noi tanto cari e lasciare spazio per costruirne di nuovi?

 

Francesca Moschini
fmoschini@incontatto.it