15 Jan Verbalia [Figure] | Alibi. La figura della difesa
Nel film Big Fish, Will Bloom dice che a furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. L’alibi funziona così. È una quasi-leggenda personale, un’illusione narrativa che, se non cancella i fatti, li confeziona in una specie più tollerabile. È una versione del reale che ci permette di restare integri quando la verità, da sola, sarebbe troppo scomoda.
Custodire l’integrità
Ogni volta che parliamo, compiamo un gesto che orienta, regola, e protegge. Il linguaggio possiede anche la funzione primaria di custodire l’integrità psicologica, mentre ci esponiamo al mondo. Prima ancora di diventare strumento di analisi, persuasione o relazione, la parola ha operato come filtro evolutivo, come membrana che permettesse il contatto con la realtà, riducendo l’impatto della sua imprevedibilità.
Regolare la distanza
La ricerca in psicologia evoluzionistica e nelle scienze cognitive mostra che l’essere umano sviluppa modalità difensive di comunicazione molto precocemente. Ci riferiamo ai segnali che hanno la funzione di regolare la distanza con l’altro e con il contesto. È un retaggio arcaico: la comunicazione genera un campo protettivo, e orienta la emozioni per non essere travolti dall’ambiente o dal giudizio altrui.
Disegnare confini
Quando parliamo, quindi, portiamo contenuti, ci apriamo alla relazione, ma disegniamo anche confini. Una frase può organizzare il rischio, calibrare l’esposizione, creare uno spazio in cui possiamo restare, senza sentirci vulnerabili oltre la nostra soglia di tolleranza. Da questo movimento originario nasce l’alibi: figura linguistica che preserva la nostra coerenza quando percepiamo un’insidia – interna o esterna.
Mantenere la continuità
La linguistica pragmatica di Goffman chiama facework questo movimento: l’alibi è un frame narrativo che ci permette di restare integri di fronte a situazioni che minacciano la coerenza del sé. È una figura della difesa, quindi, un organismo narrativo che mantiene in equilibrio la nostra identità fragile o minacciata. La sua operazione è abbastanza semplice: costruire una distanza minima da ciò che temiamo – responsabilità, errore, giudizio, esposizione – e rendere tollerabile ciò che, altrimenti, sarebbe scomodo, se non insopportabile.
Raccontarsela
È sorprendente la coerenza con cui questa struttura si ripete nelle nostre vite: nelle relazioni quotidiane, nei contesti organizzativi, negli ambienti digitali che amplificano ogni gesto comunicativo.
D’altra parte, la funzione dell’alibi si esprime attraverso una formula molto semplice. L’alibi parla quando noi non riusciamo a raccontarla tutta. Introduce una versione alternativa della narrazione, compie una sorta di riscrittura, di autoediting che prende il nostro posto reale e proietta solo un’apparente presenza.
Ma che cosa temiamo davvero quando ce la raccontiamo?
Autoediting
Se ascoltiamo i nostri alibi con attenzione, riconosciamo la mappa delle nostre paure. Le formule sono facilmente accessibili: ho avuto troppe cose da fare, non era il momento, avevo altro da gestire. Sono espressioni che riducono l’impatto della nostra inadeguatezza e mantengono l’immagine del sé abbastanza stabile da non frammentarsi.
La psicologia della difesa – da Anna Freud fino a Richard Lazarus, che ne ha studiato la funzione adattiva – evidenzia come il compito fondamentale dell’Io sia proprio mantenere la continuità, la stabilità, non l’autenticità. L’alibi si inserisce qui, come una micro-strategia di sopravvivenza che opera prima ancora che ci accorgiamo di averla attivata.
Prêt-à-porter
L’alibi ha un carattere riflesso, infatti, si attiva automaticamente, senza un vero processo razionale e deliberativo. È una risposta immediata. E proprio così, riesce ad aggirare la nostra capacità di scegliere in modo autentico. Taglia, modella, attenua, sembrerebbe, senza chiederci il permesso. E qui smette di essere innocuo. Ogni volta che un alibi entra in scena, sta implicitamente dicendo: questa situazione è troppo per te, lascia che la gestisca io!
Interrompere il reale
Così facendo, apre una frattura. L’alibi impedisce di attraversare la soglia che fa crescere. Un’emozione scomoda, un errore da riconoscere, un conflitto da affrontare, un limite da accettare, un discorso da sostenere fino in fondo. L’alibi interviene prima dell’attraversamento. È una scorciatoia protettiva. Però, a lungo andare, impedisce proprio quello che dovrebbe facilitare: la capacità di stare nella complessità, senza arretrare.
Winnicott descriverebbe questa soglia come un’interruzione dell’essere reale: una versione di noi che non coincide con ciò che sentiamo. Ogni alibi sospende, insomma, un frammento di presenza. Eliminare gli alibi nella nostra vita sarebbe un gesto ingenuo e, probabilmente, impossibile. Possiamo, però, almeno riconoscere i nostri alibi mentre si formano. Il cambiamento può avvenire in quel momento: quando riconosciamo che l’alibi sta parlando al posto nostro.
L’alibi organizzativo
Le organizzazioni sono un ecosistema ideale per la proliferazione degli alibi. Processi rigidi, ruoli fumosi, responsabilità distribuite: un territorio che moltiplica giustificazioni sistemiche, pur senza cattive intenzioni.
La sociologia delle organizzazioni, con Luhmann e Weick, mostra come un ambiente complesso generi un linguaggio che tende a semplificare l’incertezza per renderla gestibile. In un simile contesto, l’alibi assume una forma strutturale. Lo riconosciamo facilmente nelle espressioni più diffuse: la procedura lo prevede, non rientra nelle mie competenze, sto aspettando disposizioni dall’alto. Sono formule che mantengono la coerenza del sistema e riducono il rischio di esposizione e di errore. Spostano il baricentro del fare, producendo la continuità, la conservazione, ma non l’evoluzione. Le organizzazioni generano alibi, perché i sistemi hanno bisogno di proteggere la propria continuità narrativa.
Il sintomo collettivo emergente
Il punto decisivo – e qui la nostra lettura cerca una nuova strada interpretativa – riguarda l’origine di questo fenomeno. L’alibi organizzativo emerge nei luoghi che non concedono spazio alla vulnerabilità, alla fallibilità. Dove l’errore diventa minaccia, l’alibi diventa ossigeno. Dove la trasparenza non è sostenibile, la giustificazione diventa norma. La cultura organizzativa si trasforma, così, in una coreografia silenziosa di protezioni reciproche.
Riconoscere tutto questo può modificare il clima organizzativo: l’alibi non è più una colpa individuale, ma è riconosciuto come un sintomo collettivo emergente.
L’alibi digitale
Che cosa accade, invece, nella quotidiana realtà digitale? L’alibi cambia forma, ma mantiene la funzione. Non agisce più solo attraverso le argomentazioni, ma più spesso attraverso le immagini. Se nei rapporti personali si manifesta come discorso e nelle organizzazioni come protocollo, online diventa rappresentazione: una versione levigata e filtrata di sé che evita di mostrare qualcosa che sentiamo difficile da gestire.
La filosofia dialogica di Buber ricorda che la presenza nasce dalla reciprocità: Io divento Io nel Tu. La comunicazione digitale introduce un’interruzione in questa reciprocità. Qui gli sguardi sono anonimi, i tempi asincroni, gli algoritmi premiano le coerenze ripetitive più che l’autenticità. In un simile habitat, l’alibi digitale assume forme edulcorate: questo sono io, ma solo in parte; questa è la mia voce, ma con un registro senza esitazioni; questa è la mia immagine, ma senza ombre.
Il camouflage identitario
Il camouflage identitario ci permette di attenuare ciò che disturba la narrazione di noi stessi e dei sistemi complessi in cui viviamo. Una protezione che, però, riduce la possibilità dell’incontro reale e autentico. In ogni contesto – personale, organizzativo, digitale – l’alibi svolge la stessa funzione: interporre qualcosa tra noi e una possibilità di presenza.
L’alibi è un’illusione narrativa che ci mantiene integri, ma non completi. Quando la protezione diventa abitudine, il linguaggio cambia strategia. Non si limita più a difendere, ritaglia. Da questo gesto nasce la figura successiva, il frammento: la selezione di ciò che resta dicibile, quando la complessità diventa troppo densa.
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