15 Feb Verbalia [Figure] | Frammento. La figura della selezione
Il frammento è un discorso che attende di essere completato, scrive Barthes. Affermazione tanto intuitiva quanto sfidante, perché descrive una condizione normale, comune a tutti, ma che resta aperta e carica di prospettive possibili. Il frammento parla di come funziona il linguaggio quando incontra qualcosa di troppo. Perché – ammettiamolo – noi non raccontiamo mai l’intero. Raccontiamo più spesso solo ciò che potenzialmente può tenerci interi.
Succede ovunque e a chiunque. Anche quando ci sforziamo di essere oggettivi. Anche quando giuriamo che stiamo solo riportando i fatti. Succede quando raccontiamo un episodio accaduto al lavoro, o riportiamo un conflitto, una scena che ci ha lasciato addosso qualcosa di significativo. Non ripercorriamo quasi mai la sequenza completa degli eventi. Forse non ne siamo capaci. Scegliamo, però, un punto, un dettaglio che si è piantato nella memoria. Che sia una frase detta male, una pausa sospetta, un gesto laterale. E da quel punto, ricostruiamo tutto il resto. E con una manciata di parole, ecco fatto, il frammento diventa LA storia.
Cut senza Paste
E il resto? Il resto resta fuori campo: contesto, sfumature, ambiguità, le parti che renderebbero il racconto più autentico, ma meno maneggevole. Cut senza Paste. È credibile che non sempre lo facciamo per convenienza. Spesso lo facciamo perché il linguaggio, quando deve dare forma a un’esperienza intensa, non procede per continuità: procede per addensamenti. Il frammento nasce così, più che una parte residuale, è proprio una forma autoconsistente.
Effetto LEGO
Ma smettiamo per un attimo di trattare il frammento come un difetto. Consideriamolo invece una tecnica, un dispositivo e qualche volta, anche una soluzione.
Si direbbe che il frammento sia un pezzo scelto casualmente, ma in realtà, è proprio il pezzo che ci serve per iniziare, per ricostruire. È come il pezzo LEGO n°1 del Castello di Hogwarts – e buona fortuna!
A differenza dell’alibi, che lavora come difesa – la distanza minima tra me e ciò che mi espone – il frammento lavora come montaggio. Quindi, di fatto, non inventa una versione alternativa della realtà, ma ne seleziona una porzione e la rende dicibile. E il senso dell’intera narrazione, paradossalmente, nasce proprio dall’omissione, da ciò che non entra e che resta in una sorta di sala d’attesa. Tornando a Barthes, che lo ha detto con molta precisione: il frammento è un discorso incompleto che chiede partecipazione. Chiede, cioè, che qualcuno lo completi, che ci entri dentro e lo interpreti. Il frammento ha un suo obiettivo: attivare l’altro da sé.
La soglia
E se selezionare è inevitabile, non è mai un gesto neutrale. Noi non scegliamo a caso il frammento che diventa racconto. Lo scegliamo perché ci assomiglia, perché ci protegge, perché ci semplifica, perché ci giustifica, perché ci rende sopportabile qualcosa. La domanda da porre, allora, non è che cosa è successo?, ma perché di tutto quello che è accaduto io sto portando fuori proprio questo?
Perché solo quel dettaglio o quella frase? Perché quella scena, e non un’altra? Il frammento funziona come un indicatore della soglia di ciò che è sostenibile per chi lo sceglie.
Restare in piedi
Ogni frammento è il risultato di un taglio che decide come ci raccontiamo, e quindi, a monte, come mi percepiamo. Segue poi il montaggio interno, che non sempre è consapevole, ma comunque genera effetti sulla realtà. Oltre a narrare un evento, in quel momento, noi scegliamo quale versione di noi stessi può attraversarlo e quale immagine di noi può – nonostante tutto – restare in piedi. Ecco perché il frammento ricorre spesso nei racconti di lavoro: perché il lavoro è un luogo in cui la relazione e i giudizi pesano, per non parlare della reputazione. Il contesto professionale non è mai neutro. È, invece, un contesto di esposizione, nel quale il frammento diventa la forma che mantiene un equilibrio.
La fabbrica di frammenti
Nelle organizzazioni il frammento supera il montaggio e diventa un’architettura. La cultura del lavoro è una fabbrica di frammenti: e-mail, verbali, procedure, dashboard, due punti veloci, solo per conoscenza, ti aggiorno a voce. Il frammento, in questo viavai, circola libero e veloce. E qui c’è un punto che mi interessa davvero: la cultura organizzativa costruisce senso attraverso omissioni sistematiche. Quello che non entra in una e-mail spesso è ciò che non verrà mai portato sul tavolo della discussione. Quello che non entra in un verbale spesso è ciò che non deve esistere ufficialmente. E quello che non entra in un KPI spesso è ciò che nessuno si darà pena di proteggere.
Da un lato, quindi, il frammento può essere una forma dell’intelligenza di una organizzazione, poiché riduce la complessità. Ma il rischio è che diventi una forma elegante di cecità.
L’errore come frammento di verità
In molte culture organizzative, per esempio, l’errore è una specie di rumore da eliminare, un’imperfezione da correggere e archiviare, prima che diventi racconto. Ma un’organizzazione si evolve e cresce solo se ammette l’errore nel proprio linguaggio, legittimandolo a essere una informazione utile. Un frammento, sì, ma di verità. E invece, l’errore è spesso considerato come un incidente, un pezzo di realtà che buca la narrazione ufficiale e rende visibile ciò che non era contemplato, né previsto. E soprattutto, l’errore è omesso perché mostra la distanza tra ciò che si dice e ciò che accade, quindi l’incoerenza dell’organizzazione.
Stavolta, l’errore è il frammento che viene omesso, pregiudicando la capacità di apprendere di un’organizzazione, che continuerà, probabilmente, a sbagliare nello stesso modo. Quando l’errore viene nominato, invece, la cultura organizzativa può tornare a respirare, ad aggiornarsi e a maturare.
Il frammento digitale come formato di identità
Anche nel contesto digitale il frammento è un formato. Sappiamo che il feed non ama la continuità, preferisce la porzione, il montaggio rapido. E allora a contare non è più solo cosa seleziono io, ma cosa viene selezionato per me. Quale parte di me, del mio profilo, circola? Quale parte diventa più visibile e viene premiata dall’algoritmo? Qui il rischio è di confondere il frammento con l’intero. E quando si parla di identità digitale, la soglia di realtà è facilmente eludibile.
Verso la Presenza
Il frammento è necessario perché ci rende il mondo sostenibile, offrendoci un formato pocket di verità, comodo da portare nella mini bag, o nel taschino della giacca. Eppure, se restiamo troppo a lungo in quel pezzetto di realtà, la selezione diventa abitudine e l’abitudine diventa identità. E a quel punto, la narrazione diventa una riduzione permanente, faticosa e insostenibile.
Qui si apre la scena per la comparsa della terza figura: la Presenza. Che non è ancora completezza, ma possibilità di stare in ciò che accade senza difenderlo e senza tagliarlo. La presenza è il gesto con cui il linguaggio torna trasparente, complesso, e abitato dall’autentico.