Shinrin-yoku | Esserci

Shinrin-yoku | Esserci

È tardo pomeriggio, manca poco alla cena. Hai avuto una giornata piena. Sei davanti al cancello del parco. Non vuoi ottimizzare il tuo tempo: niente corsa, niente musica, niente podcast. Nessuna aspettativa. Desideri solo camminare lentamente, levarti la frenesia di dosso, dedicarti venti minuti nel verde. Varchi il cancello, e un fascio di luce attraversa le foglie degli alberi illuminandoti il viso. In lontananza vedi qualche atleta allenarsi, un paio di signori portano a spasso il cane. Senti il cinguettio degli uccellini, il fruscio del vento. L’odore dell’erba falciata attraversa le narici, il colore del cielo inizia a tingersi di arancio. Non ti sei allenato a correre in modo più efficace, non hai imparato nuove storie da un podcast. Eppure, qualcosa è cambiato.

Questo, in modo molto concreto, è lo Shinrin-yoku (o meglio, una sua variante).

Lo Shinrin-yoku («森林浴»), o Bagno di Foresta, è una pratica di benessere diffusasi in Giappone negli anni ’80, promossa dall’Agenzia Forestale Giapponese per la sua capacità di alleviare lo stress e favorire il rilassamento.
È un’immersione sensoriale consapevole nella natura: connettersi con un ambiente naturale, prestando attenzione ai propri sensi.
Da alcuni anni, questa pratica terapeutica riceve sempre maggiore attenzione a livello internazionale, e viene studiata in ambito medico e psicologico per i suoi effetti benefici sulla salute psicofisica: rafforzamento del sistema immunitario, attraverso l’aumento delle cellule Natural Killer – che agiscono contro cellule tumorali o infettate da virus – e riduzione dello stress, attraverso la diminuzione dei livelli di cortisolo (c.d. ormone dello stress).

Perché funziona?

Funziona perché non ti chiede di performare. Non devi ottenere risultati, ma esporti all’esperienza, entrare in una condizione diversa. Questo approccio è coerente con le ricerche di Kaplan nella psicologia ambientale: secondo l’autore, la natura attiva una forma di attenzione involontaria, la soft fascination, che permette alla mente di rigenerarsi senza fatica.

Un’analogia non ovvia

Anche nell’ambito dell’apprendimento esistono esperienze che funzionano, non perché spiegano di più, ma perché espongono di più. Senza chiedere risultati immediati, creano le condizioni affinché qualcosa maturi. Sono esperienze basate su una combinazione di fattori: immersione sensoriale, esperienza diretta, tempo di integrazione. Dinamiche che ritroviamo anche nello Shinrin-yoku, dove la mente non è sotto sforzo, ma in una condizione che facilita connessioni più profonde.
Siamo abituati a collegare apprendimento a velocità, chiarezza e output, ma alcune trasformazioni non rispondono a questa dinamica. Le trasformazioni a cui mi riferisco cambiano davvero il modo di vedere. E sono più simili a una passeggiata nel bosco.

Productive struggle

Quando non è tutto immediato, si apre uno spazio. Apprendere profondamente implica anche tollerare una fase di non piena comprensione. È ciò che in pedagogia si avvicina al concetto di productive struggle: una difficoltà sfidante, ma accessibile, che stimola un impegno cognitivo adeguato e una comprensione profonda del concetto.
L’apprendimento che lascia traccia spesso inizia con la sensazione di non avere tutto sotto controllo. Eppure, non è confusione sterile: è vera apertura. Ciò che non si riesce a spiegare subito non è perso.

Offline processing

Le evidenze neuroscientifiche mostrano che il cervello continua a elaborare anche dopo l’esperienza, attraverso processi di consolidamento della memoria, spesso definiti offline processing. Alcune intuizioni maturano sotto traccia e riemergono quando servono: in una scelta, in una conversazione, in un dettaglio che improvvisamente torna.

Reflection-on-action

Lasciare spazio è parte dell’esperienza. Pause e silenzi non sono vuoti da riempire, ma condizioni che permettono all’esperienza di depositarsi. Negli studi sulla reflection-on-action, Schön sostiene che è proprio nel riflettere sull’esperienza che avviene il cambiamento più duraturo. Subito dopo aver vissuto qualcosa, non occorre chiudere. A volte, il valore sta proprio nel lasciare aperto.

Lo Shinrin-yoku ricorda che non tutto ciò che conta si apprende nel momento in cui accade, e che alcune cose hanno bisogno di tempo e di spazio per prendere forma davvero.
Più che chiederci quanto stiamo imparando, forse vale la pena chiederci: quanto spazio stiamo lasciando affinché ciò che viviamo possa davvero restare?

Lara Provinciali
lprovinciali@incontatto.it