Workaholism: smetto quando voglio?

Workaholism: smetto quando voglio?

Workaholism: ne avete sentito parlare? Navigando su Internet, mi sono imbattuta in questo concetto, l’ho approfondito e ho maturato alcune riflessioni. 

Il termine workaholism fu utilizzato per la prima volta nel 1971 dallo psicologo Wayne Oates – come unione delle parole work e alcoholism – per indicare un rapporto compulsivo con il lavoro, molto simile a quello di un alcolista con l’alcol.

Le dipendenze connesse a malesseri sociali di cui attualmente si parla di più sono:

  • da sostanze (alcolismo e droghe)
  • comportamentali (gioco d’azzardo e shopping compulsivo)
  • sessuali (pornodipendenza)
  • alimentari (bulimia/anoressia)
  • tecnologiche (internet/social media)

Il workaholism o work addiction è un altro tipo di dipendenza meno nota, ma purtroppo sempre più diffusa, soprattutto tra i giovani: la sindrome da dipendenza da lavoro. Secondo una ricerca di Forbes, riguarda il 66% dei millennials (nativi digitali). Di questi, il 70% ha dichiarato di lavorare anche nei fine settimana; il 63% di essere attivo anche in malattia; il 32% ha affermato di lavorare anche quando è seduto sul water.

I casi sono ormai così diffusi, che quella dei millennials è stata ribattezzata la generazione burnout.

Un vero e proprio allarme sociale largamente diffuso in America e in Giappone, dove si registrano addirittura decessi da infarti cardiaci e ischemici, dovuti a stress o eccessive ore di lavoro. Un fenomeno crescente, che si sta diffondendo anche in altri Paesi, compresa l’Italia: proprio per questo credo sia importante parlarne.

Come capire se soffriamo di questa dipendenza o se a soffrirne è un nostro caro/collega?

Nel 1992 gli studiosi Spence e Robbins hanno individuato 3 profili di lavoratori:

  • work addicts – i dipendenti da lavoro: elevato impegno, elevata motivazione al lavoro, ma poco piacere nel lavorare;
  • enthusiastic addicts – i dipendenti entusiasti: elevato impegno, molto piacere ma poca motivazione;
  • work enthusiasts – gli entusiasti del lavoro: con tratti marcati di tutte e tre i profili.

pastedGraphic.png

Tra tutti, i work addicts sono quelli risultati più rigidi, ossessivi e perfezionisti, con ambizioni eccessive e obiettivi irrealistici, con elevate quote di stress ed ansia associati a sintomi fisici.

L’Università di Bergen ha individuato 7 fattori/sintomi che consentono di distinguere un workaholic da una persona che lavora molto.

Soffre di dipendenza da lavoro chi:

  • trascorre molto più tempo a lavorare di quanto previsto e supera le 45 ore settimanali, straordinari compresi
  • sta male se non lavora: si sente ansioso o depresso, nervoso, con sensi di colpa
  • cerca di dedicare sempre più tempo al lavoro, per performare bene
  • è spesso incoraggiato dalle persone vicine a lavorare meno e a riposare di più
  • mette in secondo piano gli hobby e l’attività fisica, rispetto al lavoro
  • lavora così tanto da accusare problemi di salute, fisici e psicologici
  • accusa stress se non gli è possibile lavorare

La persona workaholic dedica tutta la sua giornata al lavoro, anche senza esplicite richieste esterne, pensando di continuo a scadenze e attività da portare a termine. Ha inoltre numerosi sbalzi d’umore e può abusare di sostanze stimolanti come la caffeina. Nei casi più estremi, arriva a trascurare le relazioni sociali – con drastiche conseguenze sulla vita familiare/di coppia – e a sviluppare la sindrome di burnout, con scompensi cardiaci e squilibri alimentari.

Nella visione più comune, chi si dedica totalmente alla propria professione è generalmente ammirato e considerato un grande lavoratore, una persona ambiziosa, che mira al successo. Bisogna fare attenzione però: il lavoratore impegnato o volenteroso non va confuso con il workaholic. Quest’ultimo lavora troppo, anche quando in realtà non dovrebbe: lavora in modo compulsivo, senza riuscire a stabilire un confine tra la vita privata e quella professionale. Agisce probabilmente nell’errata convinzione che lavorare più ore significhi essere maggiormente produttivi.

Ma ci sono altre cause, che alimentano questa dipendenza:  

  • l’uso scorretto della tecnologia, che porta a non staccare mai dal lavoro 
  • l’applicazione errata dello smart working, quando diventa semplicemente un modo per reperibilità e lavoro non-stop, comprese le sere e i fine settimana 
  • la pressione dei capi a fare sempre di più, in meno tempo
  • la paura di perdere il posto di lavoro o di non fare carriera
  • la paura – nel caso dei liberi professionisti e degli imprenditori – di non essere abbastanza produttivi da poter pagare i propri collaboratori; la paura di non riuscire a portare avanti l’attività e di perdere i clienti, se non si è abbastanza efficienti
  • lo stereotipo sociale/culturale che la persona di successo è quella che fa carriera, che lavora sempre di più e raggiunge ruoli di comando.

Ci sono poi motivazioni più profonde, che nutrono la dipendenza dal lavoro. A volte sono legate all’ambiente familiare, in cui l’amore e l’approvazione da parte dei genitori è storicamente legato ai successi ottenuti. I workaholic sono in genere persone ambiziose, che tendono al perfezionismo e a fare sempre di più, per non deludere le aspettative. La loro autostima e l’autorealizzazione sono legate dunque alla carriera e al guadagno. I workaholic tendono inoltre a tenersi sempre impegnati, per sottrarsi ai rapporti interpersonali e per colmare vuoti interiori: così evitano di sentire, di pensare e di guardarsi realmente dentro.

Cosa fare per uscire da questa dipendenza?

Il primo passo sicuramente è ammettere a sé stessi di avere questa dipendenza. Altre azioni quotidiane possibili:

  • rinunciare al perfezionismo ed imparare a delegare
  • ritagliarsi del tempo libero da dedicare a qualcosa che piace e appassiona
  • dedicare spazio ai rapporti sociali, alla famiglia e agli amici
  • dedicarsi ad un’attività sportiva per il fisico e lo spirito
  • concedersi mini-pause durante il lavoro e una pausa pranzo senza fretta e – assolutamente – non davanti al pc! 

Credo sia molto utile avere degli esempi a cui ispirarsi. L’imprenditore Brunello Cucinelli è il padre di una delle aziende più floride e conosciute a livello mondiale. La sua eccellenza è legata ad una visione imprenditoriale di stampo umanista, che guarda al benessere psicofisico dei dipendenti. Cucinelli ha stabilito che la giornata dei propri collaboratori deve terminare alle 17.30: fuori dall’orario di lavoro non si è operativi nemmeno via email, affinché ognuno abbia tempo da dedicare a se stesso e ai propri cari e conservi la propria energia creativa.

Brunello Cucinelli non promuove quindi il workaholism, ma il work engagement, visione legata ad un sano coinvolgimento nel lavoro, quello che nobilita e non annulla l’individuo.

Vi chiedo il tempo di fermarvi a riflettere con me sull’alternativa Cucinelli: promuovere una cultura sociale e aziendale umanista, che abbia un sano impatto sulle nostre vite personali e professionali. Avere la possibilità di essere produttivi, rispettando il nostro stile di vita. Non è forse questa la strada che ci permetterà di dire con serenità: smetto quando voglio?

Fonti:

https://www.stateofmind.it/2015/06/dipendenza-lavoro-workaholic/

https://psiche.cmsantagostino.it/2019/09/17/essere-workaholic-dipendenza-da-lavoro/

https://www.ninjamarketing.it/2017/11/29/workaholism-dipendenza-lavoro-spiegazione/

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/07/26/workhaolism-millennial/42996/

https://www.stateofmind.it/2016/01/workaholism-work-engagement/

Eva Schettini
eschettini@incontatto.it